Come rendere l’azienda data-driven

by Barbara Galiazzo

In questo articolo approfondiamo il tema dell’approccio data-driven. In particolare ci focalizzeremo su come diffondere un mindset data-driven a tutti i livelli dell’organizzazione, affinché tutti i team operino scelte più consapevoli e guidate dal dato.

Introduzione

Oggi più che mai la parola data driven può essere considerata una buzzword nel mondo aziendale. Tutti desiderano avere un business guidato dai dati, ma – nella maggior parte dei casi – il risultato è molto lontano da quello sperato: basti pensare che, nella migliore delle ipotesi, si utilizzano in maniera sbagliata i dati e la gran parte del team non sa cosa voglia dire veramente essere data driven.

In questo articolo ripercorriamo i punti salienti di una chiacchierata che abbiamo fatto con degli esperti di dati a 360°, Marco Filocamo – Digital Startups Expert – e Paolo Raineri – Chief Digital Officer in Yumi – e Daniele Ugolini – CTO di Lacerba e esperto di dati. Questo incontro si inserisce all’interno di un ciclo di webinar, chiamati “innovation date”, durante i quali parliamo di innovazione da diversi punti di vista e ambiti di competenza.

Il video completo dell’Innovation Date con Marco Filocamo e Paolo Raineri

Definiamo data driven: che cosa significa

La parola “data driven” significa letteralmente “guidato dal dato”. Dietro ad una prima definizione in apparenza così semplice si nascondono alcune insidie: infatti, come accade ogni volta che un termine si diffonde nel vocabolario comune, si creano delle divergenze di pensiero. In questo caso ci sono da una parte i “puristi ” e dall’altra quelli che hanno una visione più ampia del concetto.

I primi sostengono che l’unico processo che possa dirsi realmente “data driven” è quello che ha come output finale un prodotto interamente digitale. Ad esempio: immaginiamo di essere all’interno di una fabbrica dove ci sono dei robot e bisogna capire quando eseguire la manutenzione degli stessi.

I puristi del data driven sostengono che debba essere il robot stesso a fermarsi automaticamente quando è il momento della manutenzione. Al contrario, se dovesse esserci l’intervento di una persona ad un livello antecedente (es: un addetto che legge i dati del robot e decide quando è il momento di effettuare la manutenzione), per i puristi questo non costituirebbe più un prodotto data driven.

Si tratta, ovviamente, di un ragionamento estremo che difficilmente trova applicazione nella realtà.  Così come proposto, ma è utile per capire la filosofia dietro questo approccio. Inoltre, una cultura purista del dato potrebbe quasi essere controproducente per alcune aziende o team: è importante, infatti, trovare il giusto e molto personale equilibrio tra la creazione/raccolta dei dati da una parte e la condivisione e leggibilità degli stessi dall’altra.

Ecco un altro modo in cui può essere definito Data Driven:

Data driven è qualsiasi processo che, guidato dal dato o dagli insights che puoi trovare attraverso l’analisi dei dati, ti porta a compiere una decisione più consapevole di quello che stai facendo”.

Se guardi i dati e prendi una decisione, allora quella mentalità è data driven, a prescindere dallo strumento che utilizzi.

Perchè ragionare data driven e quanto il dato può aiutarti ad evitare errori?

Bisogna tenere presente che nelle aziende si utilizza meno del 50% dei dati a disposizione e nella maggior parte dei casi si perde un patrimonio informativo che potrebbe indirizzare il business verso decisioni più consapevoli. In questo contesto, ragionare in una prospettiva data driven permette di sfruttare al massimo i vantaggi che il dato ci fornisce.

Si può essere data driven senza essere esperti di dati?

Il mondo dei dati suscita, in prima battuta, un pizzico di diffidenza o di timore da parte dei non addetti ai lavori e questo accade soprattutto per un problema di data literacy: ossia la capacità di identificare, selezionare e interpretare informazioni a partire dai dati.

Si tratta infatti di una competenza che non dovrebbe essere una prerogativa esclusiva degli specialisti dei dati, ma dovrebbe invero coinvolgere diverse figure aziendali, a più livelli. Bisogna comunque tenere presente che esistono diversi livelli di conoscenza e di utilizzo del dato che ciascun membro di un team può sviluppare in base alla propria attività e al suo interesse.

Troppo spesso i dipendenti sono molto preoccupati dal tema dei dati, semplicemente perché non hanno le competenze e gli strumenti per poterli leggere e utilizzare. Tra gli elementi che alimentano questa paura c’è il pensiero che, da un giorno all’altro, debbano diventare esperti di dati o svolgere task complicatissimi.

Ciò che viene troppo spesso dimenticato (o, addirittura, non viene proprio considerato) è che diventare data driven significa imparare a leggere un dato e capire che cosa si stiamo guardando realmente. Ad esempio: saper leggere e interpretare l’andamento di un KPI può essere molto più utile di leggere un singolod dato slegato dal contesto.

Miti da sfatare sul Data Driven

Come già sottolineato, il mondo del data driven genera subito un momento di “panico” anche a causa di alcuni miti da sfatare, tra cui:

  1. Bisogna usare specifici tool: falso. Essere data driven è, prima di tutto, un approccio mentale che mette in secondo piano l’intuito.
  2. Lavorare con i dati aumenta il carico di lavoro: falso. Sebbene il primo passo richieda un effort di lavoro superiore per impostare il lavoro, in un secondo momento si recupera rapidamente il tempo investito inizialmente. Ad esempio: una volta che vengono impostati una dashboard e un processo, la lettura del dato e la sua interpretazione viene notevolmente facilitata.
  3. Quante più persone raccolto il dato, meglio è: falso. La fase di raccolta ed elaborazione dei dati deve essere eseguita da un numero più ristretto possibile di persone. Per questo è preferibile affidare queste attività a figure preposte che se ne occupino. Allo stesso tempo è importante sottolineare l’importanza di allineare tutti i membri del team affinché si possa prendere una decisione più consapevole e condivisa.

Processo vs. Strumenti per lavorare con i dati: chi vince?

Arrivati a questo punto della discussione ci si potrebbe chiedere: è più importante avere uno strumento di tracciamento dei dati efficace o un processo che sia sostenibile nel tempo per la raccolta dei dati stessi?  Purtroppo, non esiste una risposta univoca ed è meglio valutare di situazione in situazione.

Puntare solo su un tool pensando che questo possa risolvere il problema di processo è utopistico e poco realistico. Ancora una volta è preferibile lavorare prima sul mindset del team e poi individuare il tool che possa supportare al meglio il gruppo di lavoro. 

D’altra parte, ci sono dei casi in cui il tool aiuta a compiere il primo passo (es: Google Analytics) e può essere un modo per cominciare a capire cosa bisogna analizzare e quali possono essere altri strumenti da utilizzare. Insomma, il tool può facilitare il primo passo che, altrimenti, potrebbe fare molta paura.

Come muovere i primi passi per allineare l’azienda alla cultura del dato

Bisogna distinguere tra i diversi livelli di conoscenza del dato e non pretendere che ogni membro aziendale abbia la stessa conoscenza nella lettura e nell’interpretazione del dato. Soprattutto quando ci si muove in un’azienda di piccole dimensioni, è necessario che la maggior parte del team sappia almeno leggere i dati, affiancati da almeno una risorsa preposta alla raccolta e sistematizzazione degli stessi.

Per facilitare questo processo alcune grandi aziende si avvalgono dei business translator, dei professionisti che sanno leggere i dati, conoscono la lingua dei data analyst ma anche quella del business: grazie alle sue competenze, può fungere da mediatore o facilitatore in una fase iniziale in cui la cultura del dato non è ancora molto sviluppata in azienda.

Nei team più piccoli, invece, bisogna incentivare i singoli a sviluppare un senso di “vicinanza” verso il dato, senza spaventarlo ma portando una nuova mentalità. Per farlo, si possono organizzare degli incontri periodici con tutto il team, leggere insieme i dati e cercare di proporre una soluzione a quelle soluzioni che sono andate male.

In ogni caso, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda, il risultato è arrivare ad un punto in cui chiunque si chiede il perché di un dato o di un fatto.

Uno sguardo al futuro

Molte delle aziende di oggi devono prima di tutto confrontarsi con la necessità di cambiare mindset: portare una nuova cultura del dato in azienda è il primo passo per poter migliorare i processi produttivi e liberarsi della paura di analizzare il dato. Per iniziare, si può intraprendere una discussione comune, con tutto il team cominciando a porsi le domande in modo diverso e più consapevole.

Il mondo dei dati e del data driven ti aiuta a ragionare sul perché e non focalizzarsi sul come. In un mondo in cui il come cambia continuamente, chi sa il perché può realmente incidere in azienda e in maniera strategica.

Conclusioni

In un contesto così dinamico è fondamentale assicurarsi che il processo di alfabetizzazione del dato sia quanto più inclusivo possibile. A Lacerba lavoriamo ogni giorno per aiutare aziende e organizzazioni a sviluppare un mindset digitale e orientato all’innovazione.

Se vuoi approfondire visita la nostra pagina dedicata alla formazione in azienda e scopri cosa possiamo fare per il tuo team. All’interno trovi anche la sezione dedicata alla formazione aziendale in ambito Tech & Data.

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